Betty Holmes ha novantanove anni, e si appresta a soffiare sulla centesima candelina – un evento di rilievo per la cittadina del Maine dove vive, tant’è che i riflettori sono tutti puntati su di lei. I riflettori, ma non i microfoni, in quanto Betty – ex maestra di scuola – si è chiusa in un mutismo assoluto da oramai 42 anni, data nefasta della scomparsa di tre suoi alunni. Immaginate la sorpresa quando Betty schiarisce la voce e domanda di parlare con un poliziotto. E immaginate la sorpresa del poliziotto – lo stesso che si era occupato all’epoca del caso dei ragazzini spariti – quando Betty rivela di sapere dove stanno sepolti i corpi.
Comincia così Lonely Betty, romanzo breve dello scrittore ginevrino Joseph Incardona, pubblicato in lingua originale (francese) da Finitude nel 2010 e fresco di stampa in italiano grazie a un'ottima traduzione edita da NN.
Scrivere di Lonely Betty è un rompicapo, perché c’è la paura di rivelare troppo a chi deve ancora leggerlo, e di rovinare il minuzioso lavoro d’architettura narrativa svolto dall’autore. Per questo motivo, anziché optare per una recensione classica, mi è parso più opportuno fornire una serie di chiavi di lettura.
Partiamo dalle fonti d’ispirazione principali di Incardona: la prima sono i romanzi noir americani, come risulta evidente anche solo leggendo la premessa narrativa descritta sopra. La seconda sono le opere di Stephen King, e anche in questo caso Incardona non ne fa un mistero, anzi: la prima pagina di Lonely Betty contiene una dedica a Richard Bachman, ovvero l’alias storico (e tutto tranne che segreto) del gigante della letteratura nordamericana. Entrambe le fonti d’inspirazione svolgono un ruolo fondamentale nella costruzione – e di conseguenza nella comprensione – del testo, e pertanto vale la pena di soffermarcisi.
Il noir è un genere dalle molte sfumature: si va dall’hardboiled classico di Hammett e Chandler, coi i loro detective privati e le loro femmes fatales, alle atmosfere da high-school americana di Megan Abbot, passando per il filone “rurale” reso celebre da Daniel Woodrell. È caratterizzato da una visione pessimistica del genere umano, da un cast di personaggi spesso alla canna del gas, e dall’inevitabilità di ciò che gli americani chiamano “comeuppance”, ovvero: gli errori costano caro, e ognuno riceve ciò che si merita. Ho incontrato per la prima volta Joseph Incardona nel lato più oscuro dello spettro di sfumature, dove si situa il suo La metà del diavolo (Derrière les panneaux, il y a des hommes, Finitude 2015; traduzione italiana: NN, 2016) – un romanzo brutale e nichilista ambientato nella desolazione delle aree di sosta autostradali, dove il concetto di “chi sbaglia paga” viene applicato alla lettera, con terribili conseguenze. In Lonely Betty, invece, Incardona si accontenta di giocare con le convenzioni del genere, prendendo in prestito personaggi, situazioni, e pezzi di trama, e mettendoli al servizio di quello che, pur restando un romanzo a tutti gli effetti, si può definire come un interessante esperimento letterario.
Veniamo a King alias Bachman. L’americano è un amante della letteratura noir (tra i suoi preferiti figura il grandissimo Jim Thompson), e malgrado non scriva romanzi prettamente legati al genere (eccezion fatta per The Colorado Kid), ne trae ispirazione per le sue storie spaventose e tinte di macabro. Molte di queste si svolgono nel Maine (lo stato d'origine di King), mettono in scena piccole comunità stravolte da eventi fuori dal comune, e sono strutturate con capitoli che rimbalzano da un personaggio all'altro, lasciando ampio spazio alla caratterizzazione e ai retroscena. I paralleli con Lonely Betty sono ancora una volta espliciti: Incardona non si accontenta di replicare l'ambientazione, ma costruisce la sua storia come una versione in miniatura di un romanzo di King – con tanto di cast variopinto e ping-pong tra le vicende dei personaggi.
Tramite l'uso sapiente del genere noir e dello stile di King come ingredienti per Lonely Betty, Incardona fornisce una risposta parziale alla maggiore curiosità che ruota attorno alla figura dello scrittore: “Come nasce una storia? Da dove vengono le idee?” Ogni narratore, infatti, si porta dietro un bagaglio d'ispirazioni e influenze tratte dai generi e dagli autori che più hanno stuzzicato il suo interesse, ed è inevitabile che tale bagaglio finisca per colorare – almeno in parte – la sua produzione letteraria.
La risposta è parziale perché nella cassetta degli attrezzi di ogni scrittore vi sono altri tre scompartimenti: quello delle esperienze personali, quello delle cose viste o sentite, e quello della fantasia. Quando un autore racconta di violenza, cattiveria e depravazione (temi comuni sia al genere noir che ai lavori di King), si presume che attinga soprattutto dagli ultimi due. Ma più si prosegue nella lettura di Lonely Betty, più Incardona ci mette di fronte a una domanda scomoda: e se invece non fosse così? I lettori divorerebbero storie macabre e sanguinarie con lo stesso entusiasmo, se sapessero che gli impulsi dei personaggi appartengono in realtà all’autore, o peggio, che i crimini non siano soltanto frutto della sua immaginazione? Questa domanda si lega a un contesto più ampio, un dibattito intramontabile che è tornato alla ribalta dopo l’uragano #metoo che ha travolto Hollywood (riportando a galla anche le polemiche riguardanti mostri sacri quali Allen e Polanski): si può separare l’artista dalla sua opera?
La bravura di Incardona sta nel bilanciare il gioco di citazioni e gli spunti di riflessione con una trama ben costruita che, in un susseguirsi di colpi di scena, ci porta a scoprire il segreto di Betty e la verità sui tre ragazzini scomparsi.
Lonely Betty è allo stesso tempo un'esplorazione dell’atto di scrivere storie, un’analisi del ruolo delle influenze letterarie, un tributo al genere noir così come all’immaginario di Stephen King, una meditazione sul rapporto tra autore e opera, e un romanzo tutto d’un pezzo, con un capo e una coda, un ritmo avvincente e una conclusione originale – il tutto in sole cento pagine.
Chi cerca un racconto classico o le emozioni di un thriller rischia di rimanere deluso. Chi, invece, non teme una sana dose di sperimentazione e sa apprezzare le storie dove la barriera tra le pagine e il mondo reale si fa sempre più sottile, troverà un piccolo tesoro.
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